Coordinatore
della Rete Italiana HPH
ORIENTAMENTI
NELLO SVILUPPO DELLA RETE ITALIANA DEGLI OSPEDALI
PER
LA PROMOZIONE DELLA SALUTE
Parlare oggi degli orientamenti futuri della Rete italiana degli
Ospedali per la promozione della salute ha una duplice
valenza. Da un lato è la constatazione che l’impulso dato molti anni fa da
alcuni di noi ha messo in moto un meccanismo che è andato molto lontano,
dall’altro, è il tentativo di delineare se e come
questa esperienza possa avere uno sviluppo sempre più efficace.
Oggi la promozione della salute è in
competizione con altre questioni chiave per lo sviluppo dell’organizzazione
sanitaria. Qualità, management, aziendalizzazione,
accreditamento sono argomenti forse più accattivanti e
più di moda negli ospedali. Inoltre, le attività connesse con questi temi,
parzialmente si sovrappongono, a volte in modo confuso, con quelle tipiche
della promozione della salute. Ha quindi ancora senso
continuare a parlare di promozione della salute in
ospedale, e di ospedali che promuovono la salute?
Io credo di si e vorrei condividere con voi le
motivazioni che mi portano a ritenere utile, se non addirittura indispensabile,
continuare a far partecipare sempre più gli ospedali all’intero processo di
promozione della salute.
Prima però è opportuno ricordare la struttura e l’evoluzione
complessiva del Programma, per consentire anche a chi incontra questo argomento per la prima volta di capire meglio qual è
la cornice interpretativa e la portata dell’esperienza nazionale e
internazionale degli Ospedali per la promozione della salute (Health Promoting Hospitals – HPH).
Il Programma Internazionale degli Ospedali per
la promozione della salute è stato promosso
dall'Ufficio Regionale per l'Europa dell'Organizzazione Mondiale della Sanità,
con la collaborazione dell’Istituto ‘L. Boltzmann’ di Vienna che funge da segreteria tecnico-scientifica.
L’obiettivo finale del Programma è di far
partecipare anche gli ospedali europei alle attività di promozione
della salute che stanno sempre più caratterizzando le politiche per la
salute. A fianco dei suoi mandati tradizionali (la diagnosi, la cura e la
riabilitazione), l’ospedale può e deve creare le condizioni perché i suoi
pazienti, i suoi operatori e la comunità nella quale è
inserito siano maggiormente in grado di tutelare la propria salute. Uno degli
strumenti ritenuti più efficaci è «l’empowerment for health», cioè il rinforzo
delle capacità personali e comunitarie di proteggere e migliorare la salute.
Tra il 1992 e il 1997, 20 ospedali di 11 Paesi
europei hanno sviluppato il Progetto Europeo degli Ospedali Pilota (European Pilot Hospitals Project
- EPHP) e la conclusione positiva di questa
sperimentazione ha convinto l’Ufficio Europeo dell’OMS a sostenere la
realizzazione delle reti regionali e nazionali degli Ospedali per la promozione
della salute.
In Italia,
dopo la partecipazione dell’Ospedale di Padova e dell’Ospedale Vittore Buzzi di
Milano alla citata fase sperimentale, la prima rete regionale si è formalmente
costituita nel 1996 in Veneto; negli anni successivi anche in Piemonte, in
Lombardia e in Emilia Romagna si sono formalmente costituite le rispettive reti
regionali degli Ospedali per la promozione della
salute. Questa 4^ Conferenza nazionale, come quelle svolte a Padova nel 1997, a
Torino nel 1998 e a Milano l’anno scorso, ha l’obiettivo di confrontare le
esperienze fatte, preparare il futuro e di aumentare il numero degli ospedali
coinvolti.
A un decennio dal suo avvio, si
può ben dire che il Programma internazionale degli Ospedali per la promozione
della salute ha avuto un grande successo. In quasi tutti i paesi dell’Europa
continentale si sono costituite reti nazionali e regionali di
ospedali che si stanno impegnando per avere un proprio ruolo nelle
politiche complessive della promozione della salute e per riorientare
di conseguenza, la propria azione: alla fine del 1999 risultavano censiti nel
database del Programma internazionale 546 progetti orientati ai pazienti, allo
staff, alla comunità servita e al miglioramento dell’organizzazione ospedaliera
in quanto tale.
Nei documenti di programmazione di molti Paesi europei e degli
organismi internazionali è sempre più rappresentata la necessità di costruire una politica pubblica per la salute che
colleghi tutti gli attori sociali e tutti i settori della comunità in un’azione
sinergica per la tutela della salute. Uno dei punti chiave di questo sforzo è
l’intersettorialità d’azione tra tutte queste componenti: essa deve accompagnare ogni attività che punta a
rafforzare le capacità personali e comunitarie e a modificare in senso
favorevole gli ambienti e i fattori che determinano la salute.
Concentrando l’attenzione sugli ospedali, è importante non limitare la
questione dell’intersettorialità alla «semplice»
integrazione di queste strutture con le altre strutture assistenziali
distrettuali o con il settore sociale: questo rappresenta solo un aspetto della
questione, anche se è già impegnativo di per sé. L’intersettorialità
richiesta dalla promozione della salute è invece
l’agire consensuale tra tutte le componenti della comunità che incidono sulla
salute, anche di quelle non socio-sanitarie: economiche, ambientali,
produttive, educative, ecc..
Questa prospettiva sollecita nuove forme di
relazione tra gli ospedali e il resto della comunità nella quale operano: pubblici
o privati che siano, con le loro competenze essi possono essere parte attiva
nelle alleanze per la salute che la dichiarazione di Jakarta
prefigura e che alcuni piani sanitari iniziano a definire. Questa
prospettiva ha anche inevitabili ricadute sul finanziamento dei servizi
sanitari in genere e degli ospedali in particolare, dato che
l’attuale riflessione sull’efficacia degli investimenti per la salute rimette
in discussione, a livello macroeconomico, il fatto che le risorse per tutelare
e migliorare la salute debbano essere esclusivamente orientate alle strutture
che invece si occupano di malattia, anche se a livello politico la
preoccupazione è soprattutto concentrata sui costi dell’assistenza sanitaria
piuttosto che sulla modifica dei determinanti della salute.
A fianco della riflessione su quale può essere il nuovo ruolo degli
ospedali nella promozione della salute, è opportuno
capire come una strategia di promozione della salute può influenzare gli
ospedali. Tutti i servizi sanitari stanno in qualche modo cercando di
rispondere alle ormai note e ineludibili sfide poste
dall’invecchiamento della popolazione, dalla lievitazione incontrollata dei
costi, dalla tecnologia sanitaria sempre più sofisticata.
Pur nella diversità dei modelli organizzativi propri di ciascun Paese, il riorientamento dei servizi sanitari dalla cura
all’assistenza, dalla delega all’empowerment, dalle
strutture isolate alla rete assistenziale diventa
sempre più esplicito e costringe l’ospedale a modificare il proprio assetto
organizzativo.
Un punto sul quale è particolarmente viva
l’attenzione degli ospedali per la promozione della salute è la loro
partecipazione alla rete integrata dei servizi di assistenza sanitaria e alla
continuità delle cure: ciò richiede un miglioramento del dialogo e della
comunicazione con i pazienti e con le loro associazioni, con gli operatori e i
professionisti coinvolti, con le strutture degli altri livelli assistenziali,
con le componenti istituzionali della comunità nella quale sono inseriti, con i
movimenti culturali che si occupano del miglioramento continuo delle
organizzazioni.
Negli ultimi anni la promozione
della salute ha trovato posto anche nel vocabolario della politica
sanitaria italiana: il Piano sanitario nazionale 1998-2000 e l’ultima Relazione
sullo stato sanitario del Paese sono due esempi importanti. Anche se la
citazione di un argomento in un documento ufficiale non è da sola sufficiente a
tradurlo in pratica, è indubbio che questi espliciti riferimenti alla promozione della salute segnalano comunque un allineamento
delle politiche del nostro Paese alle più moderne impostazioni di sanità
pubblica e, contemporaneamente, aprono e sollecitano nuove prospettive di
sviluppo.
Il Piano Sanitario Nazionale 1998-2000, pur riconoscendo
che i determinanti per la salute si estendono ben
oltre le possibilità di intervento dei servizi sanitari e che quindi c’è
bisogno di elaborare politiche intersettoriali, si prefigge come obiettivo
principale «la promozione della salute, a cui finalizzare l’organizzazione e
l’erogazione di prestazioni e servizi sanitari». L’ultima Relazione sullo stato
sanitario del Paese (1999) si sbilancia ulteriormente e rende esplicita la necessità di applicare concretamente i concetti
di politica pubblica per la salute e di intersettorialità.
Nel tentativo di riepilogare le attività di promozione della
salute in Italia, reso difficile dalla varietà degli attori in gioco,
dall’eterogeneità della documentazione e dalla dispersione delle fonti, la
Relazione indica l’esperienza italiana degli Ospedali per la promozione della
salute come uno dei modelli di buona pratica che superano la sovrapposizione
concettuale ed erronea tra la promozione della salute e l’educazione sanitaria,
introducono la dimensione intersettoriale, valorizzano gli ambienti
organizzativi come contenitori dei processi di salute (health promoting settings) e si
appoggiano alle reti internazionali.
In entrambi i casi si tratta di affermazioni
molto impegnative, che probabilmente trovano le aziende sanitarie ancora
impreparate, come del resto sono impreparate su questo tema anche le altre
componenti della società italiana;
tuttavia questi documenti indicano un cammino da fare e, in un certo
senso, obbligano le aziende sanitarie a forzare le tappe della loro
partecipazione alle strategie di promozione della salute.
Fin dall’inizio, la Rete italiana degli Ospedali per la promozione della salute si è caratterizzata per essere una
rete di reti regionali, autonome nei propri rapporti con l’OMS e con i rispettivi
livelli regionali. Questa scelta organizzativa ha consentito alle attuali reti
regionali di valorizzare le proprie risorse, privilegiando
il legame con il corrispondente servizio sanitario regionale e, di conseguenza,
lo sviluppo di progetti e di attività coerenti con le priorità locali. Tuttavia
la cartina che mostra le reti regionali formalmente costituite e quelle che
sono in via di costituzione indica un’Italia divisa in due ed è auspicabile che
le attività di promozione della salute che vengono già
realizzate anche negli ospedali delle altre regioni trovino una formalizzazione
adeguata. Per questo chiedo alle reti regionali già strutturate
di mettersi a disposizione di quelle iniziative regionali che affronteranno nei
prossimi mesi l’esperienza HPH.
Una delle funzioni più importanti della Rete italiana è di favorire lo
scambio delle informazioni e dei modelli di buona pratica: è una delle
caratteristiche essenziali dell’esperienza internazionale. La settimana
prossima riprenderanno i lavori, sostenuti dal Ministero della Sanità, del
Comitato di Progetto per lo sviluppo dell’Osservatorio Nazionale sulla promozione della salute e sono sicuro che tutte le reti
regionali sapranno collaborare in sede locale per l’effettiva realizzazione di
questo strumento, utile per lo scambio reciproco delle informazioni e per
rendere visibile a tutto il Paese il lavoro svolto. Inoltre ieri, nel corso di
una riunione tra i coordinatori delle Reti regionali, abbiamo discusso
l’opportunità di selezionare un problema da affrontare con specifiche azioni
comuni a tutte le Reti regionali, di introdurre sistemi di miglioramento
dell’attività svolta (ad esempio con la revisione
esterna tra pari), di ampliare i sistemi di condivisione delle esperienze.
Come ho avuto modo di sottolineare anche nelle
passate conferenze, la formazione delle reti regionali ha seguito modelli
organizzativi molto diversi tra loro: comunque, in tutti i casi la maggior
parte degli ospedali ha aderito alla corrispondente rete regionale. Questa alta
partecipazione può dare origine a una doppia
interpretazione. La prima, quella pessimista, interpreta le adesioni degli
ospedali come partecipazioni di facciata, senza un reale coinvolgimento: non
posso escludere che in qualche caso sia andata proprio così. Tuttavia il
livello medio di partecipazione e coinvolgimento delle direzioni aziendali, la
vitalità dei centri regionali di coordinamento, l’impegno che centinaia di operatori stanno spendendo sui progetti mi fanno
propendere per una chiave di lettura positiva: questa adesione elevata è il
segnale che anche per gli ospedali italiani è maturo il tempo di partecipare
alle attività di promozione della salute, nonostante i limiti che ho citato in
precedenza.
L’alto numero di ospedali che hanno aderito
alle reti regionali e la concretezza dei progetti sviluppati sono anche le
condizioni che possono consentire di stabilire un legame significativo tra le
Reti regionali HPH e i livelli di governo dei rispettivi servizi sanitari
regionali. Le esperienze fin qui fatte sono diverse: tuttavia e innegabile che
la promozione della salute in ospedale ha bisogno di
bravi professionisti capaci di tradurre nell’attività di tutti i giorni i
principi della promozione della salute, di manager capaci di guardare alla
gestione delle aziende sanitarie in termini di sanità pubblica e non solo di
contabilità analitica, ma anche di pianificatori in grado di dare corpo a una
politica pubblica per la salute che stimoli il servizio sanitario a dare il
proprio contributo alla promozione della salute e lo integri con le altre
componenti regionali.
In questa fase della riforma sanitaria, la definizione dei criteri per
l’accreditamento istituzionale rappresenta un’occasione particolarmente
importante per la crescita del Programma HPH in Italia. Alcune regioni sono più
avanti di altre in questo processo di accreditamento:
tuttavia l’azione di lobbing
a favore di criteri che spingano le aziende sanitarie verso l’empowerment, l’intersettorialità, la partecipazione integrata ai processi
assistenziali può ottenere un duplice effetto: da un lato contribuire alla
definizione operativa dell’espressione «livello di assistenza sanitaria:
assistenza ospedaliera» e dall’altro creare un meccanismo cogente che inserisca
i principi della promozione della salute nella gestione ordinaria delle aziende
sanitarie che vogliono lavorare in nome e per conto dei servizi sanitari
pubblici.
A livello operativo non va dimenticato che l’esperienza degli ospedali
per la promozione della salute rappresenta un valore
aggiunto solo se si intreccia con le altre attività di promozione della salute
che vengono realizzate nella comunità nella quale l’ospedale è inserito:
infatti la complessità dei fattori su cui si vuole incidere per mettere in
grado le persone e le comunità di tutelare al meglio la propria salute è
talmente elevata che non può prescindere da un’autentica azione
intersettoriale. L’aspetto interessante è che, almeno in questo caso, gli
strumenti legislativi consentono già forme di intersettorialità: ad esempio, strumenti quali gli accordi
di programma, le conferenze di servizio, i piani di zona e altri consentono il
dialogo e la condivisione di obiettivi, risorse e attività tra diverse
istituzioni e componenti della società civile.
È impossibili rendere conto in questa relazione della grande mole di progetti e azioni che le Reti regionali HPH
hanno svolto in questi anni, pur nelle difficoltà che incontra di solito chi
inserisce una nuova attività nel filone della routine quotidiana. Tuttavia è
doveroso dare evidenza almeno a quattro filoni di attività
che le hanno caratterizzate:
-
realizzazione di un
sistema di condivisione delle informazioni, utilizzando le nuove tecnologie
(sito Internet e posta elettronica), producendo pubblicazioni cartacee
(periodiche e occasionali) e stimolando i contatti interpersonali;
-
strutturazione e
coordinamento delle reti (centro di coordinamento regionale, comitati locali e
gruppi di progetto);
-
svolgimento di
iniziative di formazione per i coordinatori locali e per gli operatori
coinvolti;
-
progettazione e
realizzazione di progetti interaziendali su temi quali gli ospedali e i servizi
sanitari senza fumo, la continuità delle cure, la sicurezza, l’umanizzazione
dei servizi.
A conclusione di questo mio intervento credo sia
importante sottolineare tre aspetti:
1.
l’attuale
impostazione della Rete italiana intesa come rete di reti regionali rappresenta
un modello che può essere riproposto anche alle altre regioni che non hanno
ancora una Rete regionale HPH;
2.
le
attività di promozione della salute sviluppate dall’ospedale devono essere
integrate con le altre promosse nella comunità;
3.
l’inserimento
dei principi della promozione della salute nei criteri per l’accreditamento
istituzionale potrebbe rappresentare un potente fattore di cambiamento della
gestione ordinaria delle aziende sanitarie.
All’inizio della mia relazione, avevo posto la domanda se aveva ancora
un senso parlare di promozione della salute in
ospedale: ora che sono giunto alla fine spero di aver convinto anche voi che è
utile, se non addirittura indispensabile, fare in modo che gli ospedali
partecipino sempre di più alle strategie di promozione della salute.